Storia di una sarta

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Lunedì scorso (25 settembre per la precisione) ho inaugurato una rubrica su Instagram, l’ho chiamata #storiadiunasarta: una foto al giorno per raccontarvi di me e del percorso che sto facendo per trasformare la mia passione in quello che, spero, diventerà il mio unico lavoro.

Sintetizzare con una foto le mie giornate è diventato un intermezzo piacevole, poi mi è venuto in mente di raccontare qui come sono andate le cose un po’ più nel dettaglio.

Scriverò una sorta di diario dove tener traccia delle cose che faccio, delle avventure e disavventure che vivo quotidianamente e che magari sono le stesse che vive anche qualcuna di voi.

Trovo che sia bello avere la possibilità di confrontarsi e magari di offrire soluzioni e ricevere consigli.

Lunedì, inizio di settimana, giorno ideale per iniziare qualunque cosa, giorno dei buoni propositi.

Il primo lavoro della settimana è stato sostituire la fodera delle maniche di una giacca da uomo. Di solito non faccio questo tipo di lavori, ormai con l’avvento delle tante sartorie di riparazioni che fanno queste cose a prezzo bassissimo a me non vengono più richiesti e, tutto sommato, non mi dispiace, preferisco fare modifiche più importanti, quelle che oggi vengono chiamate “refashion” (su cui sicuramente farò qualche tutorial), ma ogni tanto mi capita e un lavoro è sempre un lavoro.

Oltre al lavoro che mi sto costruendo in realtà ne faccio un altro, un part time verticale (il martedì e il mercoledì) che mi consente di avere un minimo di base. Non amo questo lavoro, ma va bene così e per ora continuo a svolgerlo, però quando poi sono davanti alla metro per tornare a casa mi sento davvero soddisfatta.

“Casa dolce casa, sto arrivando!”

Non so se capita anche a voi, ma nei lunghi tempi di spostamento per andare al lavoro e rientrare ho molto tempo per pensare, progettare, programmare e, a volte, qualche pensiero arriva inaspettato e mi illumina, come una rivelazione.

Mi è successo proprio mercoledì, guardavo l’ultimo tratto di galleria che porta all’esterno della metro e mi sono improvvisamente resa conto che finalmente sto davvero provando a fare quello che più desidero.

Altra riparazione, l’ultima per questa settimana, per fortuna niente di che, quando finisco posso dedicarmi alla programmazione dei prossimi giorni.

Chi mi conosce, sentendomi parlare di programmazione, resterebbe di sasso, ma una cosa che ho capito in questi ultimi mesi è che alla base del successo di un progetto c’è tanta programmazione, magari anche con un minimo di elasticità ma dei punti fermi ci vogliono assolutamente.

A volte mi capitano anche lavori già iniziati da altri, però se posso contribuire a risolvere un problema perché no?

Questo è uno di quei capi, iniziati da qualcun altro e da finire.

Qui ho dovuto rifare tutte le cuciture, rimettere a posto lo scollo dietro, aggiustare la linea del davanti e rifinire orli e cuciture con un bordino di raso.

Vi piace il risultato?

E siamo già a sabato.

Un nuovo lavoro su commissione, però stavolta si parte da zero.

Sono contenta di affrontarlo anche perché mi dà modo di sperimentare un nuovo materiale: lo scuba o neoprene.

E’ uno strato sottile di una sorta di gommapiuma tra due strati di jersey, di solito in poliestere.

Personalmente non lo amo moltissimo, preferisco tessuti più naturali e morbidi, ma mi piace sperimentare e mettermi alla prova, così lavoro accettato!

Oggi si studia il modello e settimana prossima si realizza prima in carta, poi si taglia e infine si cuce.

Vediamo che ne uscirà.

La domenica però è giorno di riposo: niente lavoro, solo relax!


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2 risposte a “Storia di una sarta”

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