Predestinazione? Destino? Caso? Perché non ho fatto un altro mestiere?

Mia mamma è nata nel 1942 da una famiglia, come era normale per l’epoca, numerosa!

Erano sette figli più i genitori, quindi tante persone da gestire, nutrire, istruire e… vestire.

A quei tempi però, quasi ogni famiglia aveva una macchina per cucire in casa e almeno una persona che sapesse, più o meno, usarla.

Scommetto che stai pensando che l’esperta di questa famiglia fosse sicuramente mia mamma, così da madre in figlia, la tradizione si rinnova e… invece no, per la verità mia madre non sa attaccare nemmeno un bottone!

La capacità di tagliare e confezionare un abito, un paio di tende o qualunque altra cosa realizzabile con un pezzo di stoffa era tutta nelle mani della mia zia preferita, nonché la sorella più grande di mia madre; per la verità le sue mani hanno sempre saputo fare tante cose, anche in cucina, cosa che ancora, nonostante la sua veneranda età, le riesce benissimo (mmmm zietta le tue crostate!)

Ricordo con tenerezza quello strano mobile con un grande pedale e una grande ruota e, sopra, quella che ho scoperto essere la macchina per cucire.

Ho sentito tante volte i suoi racconti su come abbia cucito un abito per lei o una gonna per mia mamma o per l’altra sorella, utilizzando quello che riusciva a procurarsi: dalla tenda che era di un tessuto particolare al tessuto adocchiato da tempo in negozio e finalmente comprato dopo aver risparmiato o quando si risistemavano le cose dei fratelli più grandi per quelli più piccoli.

Una cosa che ha sempre rimpianto è di non aver potuto fare un corso specifico e magari entrare in una sartoria, ma erano altri tempi, lei era la figlia più grande e doveva aiutare i genitori a gestire la famiglia mentre loro lavoravano.

Ricordo in particolare il primo costume di carnevale che realizzò per me, con della semplice fodera e del tulle azzurri: un bel costume da “fata turchina”, con tanto di cappello a punta in cartoncino con la porporina e il tulle attaccato in cima.

E poi ricordo il rumore: il pedale che oscillando trasmetteva la sua energia alla ruota e quello dell’ago che correva sul tessuto.

Da piccola, ovviamente, il mio gioco preferito era spogliare e rivestire, tutte le mie bambole: a volte zia mi regalava dei ritagli e cercavo di metterli insieme in qualche modo.

L’ago ho imparato ad usarlo presto; ero ancora alle elementari e, finito l’orario scolastico, mia madre mi lasciava da una delle suore che mi insegnava a ricamare.

Il ricamo mi piaceva ed ero anche abbastanza brava, ma non mi soddisfaceva del tutto, mi mancava qualcosa.

Insomma forse la mia vita era già segnata e questi erano solo i primi passi.

Negli anni ’70 mia madre, che aveva talento anche lei, ma un talento diverso, iniziò a lavorare; la scusa era quella di voler aiutare la sua nuova famiglia visto che, dopo sposata, aveva avuto ben tre figli ed effettivamente qualche soldino in più avrebbe fatto comodo.

Il suo talento era saper vedere il bello e riuscire a trasmetterlo alle altre donne.

Iniziò quasi per caso ad aiutare un’amica a vendere degli abiti che aveva ordinato in eccesso.

Lei sapeva consigliare le donne, capire la linea che meglio si addiceva al loro fisico e al loro carattere e così aiutarle a scegliere l’abito giusto, il completo perfetto, quello che più si adattava all’occasione per cui erano andate da lei.

Riuscì ad avere una delle ultime licenze per vendere in casa e da pochi abiti per le amiche si ritrovò a gestire una attività complessa fatta di appuntamenti coi rappresentanti per scegliere le collezioni che avrebbe venduto un anno dopo, a capire quali, tra i nuovi nomi che le proponevano, avrebbero avuto successo e quali meno.

Aveva anche una sarta a cui faceva fare degli abiti su misura per chi ne faceva richiesta.

Ricordo “il librone”: per me era un tesoro da sfogliare e guardare e guardare ancora, toccando tutti i campioni di tessuto incollati con precisione e sognando cosa avrei potuto fare con quelle stoffe se solo le avessi potute avere.

Purtroppo quel librone non potrò mai più averlo tra le mani perché, come è successo già per tante, tantissime attività, il negozio, che ad ogni stagione ce lo consegnava, non c’è più.

Al suo posto, l’ultima volta che sono passata da quel lato di via Cola di Rienzo, ho visto un autosalone… 🙁

Quando sono diventata abbastanza grande, ma ancora adolescente, ho cominciato ad aiutare mia madre, la accompagnavo dai rappresentanti ed ero spesso presente con le clienti e piano piano ho cominciato anche ad esprimere le mie idee e scoprire che erano apprezzate.

Ricordo ancora il primo abito realizzato per me stessa, proprio con la macchina da cucire di mia zia, tagliato e confezionato completamente da sola, senza aver frequentato corsi, solo cercando di capire come fosse la forma di quello che avevo in mente e calcolando le dimensioni dei pezzi.

Venne fuori un completo molto semplice ma d’effetto in una maglina in lamé bronzo: la gonna lunga con l’elastico in vita e uno spacco bello alto e, sopra, una tunica lunga con due spacchi laterali e una scollatura a V profonda che indossavo con una bella cintura importante e dei tacchi altissimi… ah beata gioventù!

Qualche anno dopo, la mia prima macchina per cucire: sono riuscita a comprarla da sola nel lontano 1983, lavorando e pagandola a rate.

Per la verità non ho bisogno di ricordarla perché ce l’ho ancora e ancora è funzionante, eccola:

Anche il disegno mi ha sempre accompagnata, ha sempre fatto parte della mia vita, sin da quando ho avuto la capacità di stringere una matita fra le dita.

Certo non avevo la tecnica, ma avevo le idee.

A volte mia madre mi chiedeva di disegnare un abito particolare per una ricorrenza speciale di qualche sua cliente ed io ero ben felice di farlo.

Allora però non sapevo che sarebbe stato questo il mio lavoro, oltre che la mia passione, infatti, finito il liceo, mi iscrissi a giurisprudenza…

Ho capito abbastanza presto, per fortuna, che non era quella la mia strada e, dopo varie peripezie, alla fine sono riuscita ad entrare in Accademia.

L’Accademia è stata la svolta, lì ho imparato non solo il disegno ma come trasformarlo in cartamodello e poi in capo finito, insomma un buon punto di partenza a cui aggiungere, anno per anno, maggiore esperienza e nuove conoscenze.

Quando ripenso a tutto questo, a tutti i capi che ho visto, ai tessuti che ho potuto avere sotto le mani mi sento aliena rispetto a quello che succede oggi.

Mi fa soffrire vedere, nelle vetrine e sulle persone, tessuti scadenti, modelli scadenti, taglio e rifiniture scadenti e una voglia di consumare e acquistare senza freni.

Tanto, subito, sempre diverso, sempre nuovo, solo per seguire le ultime tendenze e  sentirsi sempre alla moda.

Ma di questo, di come sono cambiate le taglie e le conformazioni fisiche, di come è cambiato l’ideale di donna nel tempo, vi parlerò un’altra volta.

Non vorrete mica scoprire tutto adesso?

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Carolina Gi

Stilista per formazione, artigiana per vocazione Tessuti, colori, materiali vari e le mie mani: sono l'attrezzatura che serve alla mente per dare vita al mio spirito creativo. Il mio sogno è far tornare l'amore per la sartoria, i bei tessuti, il buon taglio, in poche parole la qualità unita alla bellezza e alla volontà di essere e sentirsi uniche in un mondo che, purtroppo, tende sempre più all'omologazione e all'appiattimento. Scrivo del mio mondo e del mondo delle tante brave artigiane che mi capita di incontrare lungo il mio cammino.

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